lunedì 18 febbraio 2013

FALLIMENTI MONUMENTALI

Ci sono ostentazioni che servono a togliere visibilità all'insicurezza. Ed è in queste circostanze che l' "IMPEGNARSI" più duro non riesce ad andare più in là di un ben addobbato "VANEGGIARE". Il culmine del successo allora si riduce alla realizzazione di un'isteria collettiva, che i vaneggiatori più impegnati trasformeranno in un marchio. NOBILITARE LA MENZOGNA ED IL DISCONOSCIMENTO DI SÉ è l'attività principale di chi non riesce a smettere di ridurre il senso più profondo della propria vita ad una frustrante VITTORIA DI PIRRO. É un peccato: la vita offre doni in abbondanza per crescere, e loro si preoccupano di come salvare le apparenze.

venerdì 15 febbraio 2013

Aikido, Paolo Salvadego Shihan, Lunedì 18 febbraio 2013, Mestrino PD

É con immensa gioia che ho appreso, dal Sensei Marco Favretti, che lunedì 18 febbraio 2013, dalle ore 19:30 alle ore 21:00, la lezione di Aikido sarà tenuta da Salvadego Paolo Shihan. É una bellissima sorpresa che giunge nel fine settimana, e non avrà il tempo materiale di arrivare a molte persone. É perciò un'occasione molto speciale per chi volesse incontrare l'aikido con la certezza di vederlo proposto da un alto livello di competenza, sia che si tratti di appassionati delle arti marziali, sia cultori di pratiche bioenergetiche, sia profani curiosi di conoscere.

Paolo Salvadego Shihan

Nato nel 1954, pratica l’aikido dal 1969 e dal 1985 segue gli insegnamenti del Maestro Andrè Cognard grazie al quale si avvicina alla figura di Kobayashi Hirokazu Soshu  per il quale organizza alcuni stage a Venezia.
Nel settembre 1989, su indicazione dello stesso Maestro Kobayashi Hirokazu, crea l’Accademia di Aikido e Cultura Tradizionale Giapponese.
Nel 1998 riceve l’onore di essere tra i membri fondatori della Kokusai Aikido Kenshukai Kobayashi Hirokazu Ryu Ha.
Attualmente Nanadan (7° dan), Paolo Salvadego è in possesso del titolo di Shihan della Kokusai Aikido Kenshukai e del titolo di Kyoshi conferito dalla Dai Nippon Butokukai, dalla quale ha ricevuto l'incarico di organizzatore ufficiale, per l'Italia, della Kobayashi Hirokazu Ryu Ha.
Oltre che a dirigere l’Accademia di Aikido e Cultura Tradizionale Giapponese, Salvadego Paolo Shihan organizza stage di aikido e Aikishintaiso per il suo Maestro Andrè Cognard ed è stato chiamato a tenere stage di aikido in Italia ed altri Paesi europei ed extraeuropei.
Con l’autorizzazione del Maestro Andrè Cognard dirige stage e atelier di Aikishintaiso.

venerdì 8 febbraio 2013

messaggio al cuore dal mondo dell'arte.

CORPO, MENTE E SPIRITO. MA SENZ'ARTE, LA DISCIPLINA SI RIDUCE A RIGIDITÀ. Ecco a voi un piccolo rimedio.

mercoledì 6 febbraio 2013

La scarsità come condizionamento sociale

  Miseria e frustrazione sono matrici capaci di creare, mantenere, espandere e replicare emozioni in grado di sconnettere l'individuo dal suo io più profondo e dalla fonte di energia spirituale, lasciandolo in PREDA agli stimoli esterni.
Più o meno aprivo così il capitolo “La decadenza sistemica” del libro “Il nuovo spirito dell'attivista”. 


  • Che cosa significa quando un individuo è in preda agli stimoli esterni?
  • Come si diventa preda di uno stimolo esterno?   
  • Come fa uno stimolo esterno a diventare predatore?   Cosa si mangia quel predatore?
  • Chi o cosa è capace di concepire un predatore feroce al punto da rappresentare validamente la violenza, di chi sceglie di finire fra i suoi denti pur di non riconoscersi allo specchio?
  • Chi riesce ad ipotizzare che essere preda sia una scelta inconscia, una strategia sottile, per darsi il permesso di negare l'esistenza dei propri denti aguzzi, artigli affilati, e desiderio di cannibalismo?
  • Chi è capace di accorgersi che le prede nascondono certe realtà dentro sé, perché è esattamente là che esse stesse non andrebbero mai a cercare?
  • Chi è capace di guardare a ciò che ormai è considerato come comportamento quotidiano, popolare, condiviso dalla società, come ad una delle più contorte perversioni che si siano mai viste sulla faccia del pianeta?
  • Chi è capace di cominciare a vigilare su se stesso e continuare a farlo giorno dopo giorno, senza cedere ai quotidiani tentativi del circostante, di convincerci che in fondo “mal comune mezzo gaudio”, che siccome “così fan tutti”, che “dal momento che l'economia è legge”, sia maturo diventare parte integrante ed integrata di questa perversione?
  • Chi è capace di rispondere quotidianamente a questa perversione istituita a legge, senza sviluppare delle nevrosi in grado di sabotare la genuinità del suo relazionarsi con il prossimo, e senza sviluppare delle ideologie o contrazioni dello spirito che lo spingono a semplificare i rapporti in due macrocategorie: o amico o nemico?

Magari un giorno ne fosse capace l'uomo comune, il cittadino! Magari ci fosse una società intera di cittadini in grado di rispondere in modo veritiero a queste domande! Magari la società fosse capace di guardarsi allo specchio! Magari ci fosse una civiltà in grado di comprendere profondamente il valore spirituale della RELAZIONE, della DIVERSITA', del RAPPORTO CON L' ALTERITA' cioè con ciò che è diverso da sé! Magari si comprendesse fino in fondo come tutto ciò sia INTRINSECAMENTE LEGATO con la crescita personale! Solo allora, probabilmente, si potrebbe parlare con ragione di CIVILTA'!

Ma in una società che è intrinsecamente BARBARA, dove gli stessi PROMOTERS della crescita personale devono scegliere se dare la priorità al valore più profondo della relazione, o a quello della parcella che dà loro la pagnotta, in una società dove per sopravvivere si è obbligati a scegliere la seconda opzione, e la parola scelta è solo il suono che maschera il condizionamento beh…per i PROFESSIONISTI DELLA CRESCITA PERSONALE è d’obbligo essere profondamente consapevoli dei condizionamenti ai quali non hanno il potere di sottrarsi, ed anche di dichiararli al cliente. E’ una questione di qualità.
Il condizionamento dal quale nessuno può sottrarsi è la scarsità. Quindi chi si occupa di crescita personale DEVE fare i conti con miseria, frustrazione e scarsità. Pensare di lasciarsele alle spalle, e continuare ad aiutare gli altri, è una mera illusione, perché chi ha bisogno d’aiuto vive queste condizioni, e chi aiuta veramente deve comprendere prima il punto di vista di chi è bisognoso d’aiuto, e poi offrirne uno nuovo, non viceversa. La comprensione di un punto di vista non può essere solo una questione concettuale e di linguaggio verbale, necessita di compassione. Non parliamo della compassione che compatisce, ma della compassione di chi è capace di immedesimarsi nelle emozioni dell’altro. C’è differenza tra compassione e buonismo. La prima onora la relazione, il secondo la parcella.


Nella cosiddetta relazione d’aiuto inoltre: 

  • dov’è il confine tra aiutante ed aiutato? 
  • Se quel confine c’è, chi o cosa lo traccia? 
  • A quale scopo?
  • Quello scopo da cosa è legittimato?  

Molte persone fanno i terapisti e cercano nei clienti i blocchi energetici che li frustrano e li rendono dominati da qualcosa o qualcuno: un trauma, una situazione irrisolta, un problema non elaborato bene. La negazione di una ferita, di un dolore, o della superficialità con cui perpetriamo atteggiamenti dannosi per il prossimo, perché ci danno da mangiare, da sopravvivere; è un’autolimitazione talmente funzionale che neanche un PROFESSIONISTA DELLA CRESCITA PERSONALE riesce ad individuala dentro sé. Spesso non riesce a trovarla proprio perché si considera così: PROFESSIONISTA.  


  • Se per essere PROFESSIONALI siamo costretti a delle negazioni, chi o cosa ci manipola? 
  • Di chi o cosa siamo schiavi?
  • Se per fare i PROFESSIONISTI DELLA CRESCITA PERSONALE ci costringiamo a negazioni su noi stessi e sul nostro comportamento, chi o cosa ci spaventa al punto da farci fingere che non esista?  


Ognuno può tentare di dare le sue risposte, io provo a proporne un poche: Quando un individuo è preda degli stimoli esterni significa che ha paura di sé stesso, che non riesce a riconoscersi per come effettivamente è. La distorsione esistente fra come egli è realmente e come si percepisce è talmente alta da renderlo dipendente da persone, eventi, situazioni, cose e prodotti che possono continuamente riconfermare quell’immagine che la persona ha e vuole avere di sé stessa. Quell’immagine è in perenne evanescenza, instabile, insicura, perché fittizia, un vero e proprio ologramma dello spirito nato dalla rinuncia all’esplorazione del proprio centro, dalla dimenticanza della propria forza interiore. Figuriamoci se in una condizione simile l’individuo può riuscire a vedere nell’alterità un’occasione di rinnovo e trasformazione dell’identità. 
Se gli stimoli esterni sono perenni, violenti, e tolgono lo spazio per il silenzio, la calma, la pace, la tranquillità, la lentezza, se spezzano le idee in pensierini talmente frammentati e superficiali da non saper scalfire neanche le apparenze del fondo tinta di Emilio Fede, allora quegli stimoli diventano predatori del nostro senso della vita. Se quegli stimoli esterni ci frammentano il pensare al punto da toglierci la capacità di essere consapevoli di come la scarsità ci sta rendendo TUTTI degli esasperati all’inseguimento del denaro (tanto o poco non fa differenza), allora la nostra anima è già tra i denti del predatore e, le nostre PROFESSIONALITA’, sono gli alibi irrinunciabili di chi ha bisogno di negare il proprio spirito, per poter reggere di fronte alle proprie azioni quotidiane. Se potessimo osservare le azioni che facciamo tutti i giorni, con la consapevolezza olistica del nostro spirito, ci vergogneremmo di noi stessi. D’altro canto, se decidessimo in favore di un rovesciamento di tendenza, ci renderemmo immediatamente conto dei giganti ostili, dei quali le dimensioni ci farebbero perdere la fiducia che sia possibile cambiare il mondo, nonostante la loro presenza. Così, bloccati tra la vergogna e la paura, ricacciamo il nostro spirito nel nostro oblio interiore e tiriamo avanti, raccontandoci le scuse più disparate, ma la verità è che nella sfiducia di poter contribuire ad un cambiamento collettivo, abbiamo rinunciato a rinascere dalle  nostre ceneri. Dovremmo recuperare il coraggio di lasciare che la consapevolezza più profonda che abbiamo incenerisca le false immagini di noi stessi, ed è interessante che, solitamente, tale possibilità sia facilitata dalla relazione, e da un sano atteggiamento nei confronti della stessa.  


Tutti i confini che vengono tracciati tra amico e nemico, tra preda e predatore, tra cittadini e governanti, tra bene e male, tra buoni e cattivi, tra cultura e barbarie, tra democrazia e dittatura, tra terapista e cliente, sono confini funzionali a trasformare spiritualità e relazione nell’ennesimo stimolo esterno, ennesimo surrogato, ennesimo prodotto. Questo ricatto dell’era del mercato, della vetrina e della mercificazione non aiuta a comprendere che tutti questi estremi sono lati di un’unica medaglia, sintomi di un’unica malattia collettiva della quale siamo tutti inconsapevoli agenti, e quella malattia si chiama ASSENZA DI SPAZIO, ovvero VIOLENZA.
Nel disperato tentativo di promuovere ciò che personalmente riteniamo sia BENE, e di difenderlo da ciò che personalmente riteniamo MALE, togliamo spazio ai conflitti tra le diversità, che in questo modo non riescono ad esprimere pienamente la propria visione del mondo e, come conseguenza, non possono neanche offrirci la possibilità di integrarla. Siamo stati tutti educati ad identificarci nei nostri sistemi di valori, e ci sentiamo legittimati a chiudere gli altri in anguste scatolette ed etichette ogni qualvolta riteniamo che difendere quei valori sia BENE. Il nostro senso d’identità è costruito in modo talmente superficiale che non ci accorgiamo di difendere quei valori perché ci sembrerebbe di morire perdendoli. Tutte le nostre fedi, le nostre visioni del sovrasensibile, i nostri veggenti ed illuminati, tutte le lauree, i corsi e gli attestati, non servono però ad evitare gli esiti scontati di questo malcostume, che rappresenta degnamente il valore dell’occidente, lo zeitgeist, la tendenza: mancanza di spazio per il conflitto creatore, incapacità di relazionarsi serenamente con l’alterità, difesa di surrogati d’identità e difesa del territorio, scarsa presenza del proprio spirito. In una parola: macrostress.

domenica 6 gennaio 2013

PERSONALE COLLETTIVO / COLLETTIVO PERSONALE


Vivere in una comunità richiede impegno e maturità. L’impegno è una questione di volontà, la maturità di esperienza. La volontà deve esserci, la maturità si acquisisce con le esperienze. Una comunità è di certo catalizzatrice di esperienze, perciò possiamo dire che se c’è l’impegno, la maturità giunge.

Uno dei punti fondamentali che contraddistingue lo sviluppo di una figura dirigenziale, è la capacità di distinguere tra i problemi personali ed i problemi collettivi. Quando il collettivo ed il personale si mescolano la soluzione dei problemi diventa dolorosa e tragica, perché c’è sempre qualcuno che si trova a pagare per conto di qualcun altro.

Che piaccia o meno, nel nostro settore il personale ed il collettivo capita che si mescolino. I motivi principali sono cinque: innamoramenti, sesso, soldi, immagine e prestigio. A causa di questi fattori le persone immature cominciano a mentirsi, a dissimulare, a dire una cosa per un'altra, propagandare mezze verità, seminare zizzanie, nutrire invidie, gelosie, rancori, meditare vendette, ed a fare buon viso a cattivo gioco…in breve…la collettività diventa un luogo pesante, finto ed indegno di fiducia.

Se l’individuo non fa delle scelte radicali per arginare questi comportamenti, diventa un agente di contagio, un untore, e si ritrova invischiato nel vortice del pettegolezzo. Tutto si riduce ad un puttanaio. Ad una cloaca di meschinità.

La tendenza non dichiarata a questo punto è la formazione di collettività di consenso o di dissenso a qualcosa o qualcuno, dove si osserva la disdicevole abitudine a ridurre la complessità del reale al semplice “o amico o nemico”. Questa barbarie gratuita, capace di negare e reprimere mondi di sentimenti, ed attuata all'unico scopo di compiacere il bambino ferito che è in noi, spinge la società a trasformare i collettivi in istituzioni del torto, il quale diventa l’unico linguaggio possibile. Ecco che qualsiasi azione compiuta da un collettivo risulterà come “subire un torto” da parte di un altro. Il risultato sociale che se ne avrà sarà l’istituzionalizzazione del torto, il torto come forma di governo di una massa di individui ridotta a puntarsi il dito contro.

Ci sono individui che si sollazzano piacevolmente in questa miserabile realtà, altri che delusi, nauseati, sfiduciati si ritirano nelle proprie quattro mura domestiche, finendo col disinnescare la magia della propria vita. Altri ancora invece reagiscono e mettono in guardia, tentano di costruire realtà alternative, e trovandosi a contatto con la vecchia dinamica del torto, prendono delle contromisure radicali. Chi si sollazza ha due possibilità: la prima, aizzare contro coloro che reagiscono tutto il mondo del “dito e del torto” con la demagogia della democrazia, facendoli apparire come dittatori; la seconda, cercare di vigilare su di sé per individuare le proprie ferite di bambino e la propria tendenza a battere i piedi a terra per pretendere ciò che reputa gli sia stato tolto, innescando un meccanismo che è invece intrinsecamente democratico (e non demagogico), cioè quello della responsabilità di se stesso. È solo a questo punto che si aprirà per lui la possibilità di abbandonare la tendenza alla vendetta e ad altre contorte forme di soddisfazione per passare al riconoscere una dignità ai bisogni propri ed a quelli di chi lo ha ferito, senza paragonarli ad astratte moralità (per quanto socialmente accettabili). Ed è in seguito a ciò che l’adulto che è in lui sarà capace di lasciare andare alle sue spalle ciò di cui non ha più bisogno, per lasciare spazio a ciò che può gratificarlo più pienamente. Solo individui così maturi possono generare una collettività degna di questo termine.

Ci vuole impegno e maturità…è un appello.

Il presidente

mercoledì 2 gennaio 2013

Assemblea dei soci 18/01/2012 ore 20:45

Un caro saluto.
Questa assemblea è aperta a tutti i tesserati dell'ASD MANA. Prima convocazione 20:45, seconda convocazionione 21:15.

ordine del giorno

  • rendiconto (parziale)
  • proposte attività
  • vita associativa
  • varie ed eventuali
Questa assemblea è per tutti coloro i quali volessero partecipare maggiormente alla vita dell'associazione.
Un abbraccio.