venerdì 22 febbraio 2013

VINCERE IL DOLORE E RICOSTRUIRE LA STABILITÁ


  • Per quali ragioni, fra le storie di noi istruttori, si possono riscontrare relazioni così travagliate e dolorose fra maestro ed allievo?
  • Cosa avevamo bisogno di imparare?
  • Che caratteristiche avevano le persone che si sono poste nei nostri confronti con il ruolo di Maestro, o di Insegnante?
  • Sapevano entrare ed uscire con chiarezza dal loro ruolo, o il confine era talmente sbiadito da non consentirci di capire esattamente quando era il momento di relazionarsi col maestro, l’insegnante, e quando ci trovavamo invece di fronte all’uomo, all’amico?
  • Cosa traevano questi siffatti maestri da questo labile confine, e cosa invece ne traevamo noi?
  • Quanta confusione ha prodotto, dentro di noi, questa promiscuità di ruoli?
  • Quanti sensi di colpa o di debito?
  • Quanto ci siamo sentiti feriti e quanto ci siamo arrabbiati con noi stessi, quando ci siamo accorti che, dietro alla promiscuità e la confusione tra i ruoli di maestro, uomo, guerriero ed amico, c’era in realtà una persona irrisolta, risultante molto meno che un maestro, molto meno che un uomo, molto meno che un guerriero, ma cosa più dolorosa di tutte, molto meno che un amico?
  • Abbiamo capito fino in fondo la lezione? 
  • Abbiamo realmente compreso con quali linguaggi possiamo scandire chiaramente, agli occhi dei nostri allievi, il momento in cui entriamo dentro ad un determinato ruolo, segnalando senza equivoci quale sia l’atteggiamento corretto che devono assumere, nel contesto, nei nostri confronti?
  • Se la risposta è no, che cosa ricaviamo da questa promiscuità?
  • Perché ce la concediamo?
  • Cosa perpetriamo con essa?

Molti operatori della crescita personale, della riscoperta di sé, delle arti orientali, le marziali soprattutto, hanno una storia di formazione molto travagliata e dolorosa: i maestri sbroccano, le federazioni come le associazioni ed infine le persone stringono accordi, immaginano grandi evoluzioni, grandi crescite, ma poi litigano, tutto si sfalda, ognuno ritorna a pensare per sé e, svilito dalla frustrazione delle collaborazioni, si permette d’interpretare alla “para su che tonesa” arti che hanno una tradizione millenaria. Gli allievi si ritrovano con tutte le problematiche che ci sono nei bambini cresciuti dentro famiglie conflittuali.

In una società dove gli scismi sono all’ordine del giorno, dove il legante che mantiene sana una relazione è annacquato dal pluralismo delle nevrosi, diventa difficile, per l’individuo, riconoscere la propria condizione di insicuro.

Nel migliore dei casi l’insicurezza conduce l’individuo ad una contorta ricerca di stabilità, che viene prontamente frustrata fino al momento in cui, l’individuo stesso, decide di trasformarsi nella base stabile che non ha trovato da nessuna parte nel mondo. L’individuo si sforza di diventare un punto di riferimento per se stesso e per gli altri. Una nobile intenzione che poggia le sue gambe su un terreno instabile. La formazione non è completa.

  • Quanto può reggere una base ancorata su un terreno insicuro?
  • Chi, fra gli uomini insicuri che si cimentano nell’insegnamento, si è mai chiesto se c’è un legame fra la loro insicurezza di fondo e l’atteggiamento confidenziale che mantengono con gli allievi durante le loro lezioni?
  • Chi, fra gli insegnanti insicuri, si è mai chiesto se la loro necessità di avere un rapporto informale con i propri allievi, non sia un bisogno dettato dall’insicurezza, dalla mancanza di strumenti per fornire un linguaggio sufficientemente complesso da permettere agli studenti non solo di fare dei progressi in direzione dell’insegnante, ma anche di progredire senza perdere la loro direzione?
  • Chi, fra gli insegnanti insicuri, si è mai chiesto se quella confidenza non sia il loro modo di esorcizzare l’insicurezza e di mettersi al sicuro?
  • Chi ha il coraggio di addentrarsi in questa insicurezza, di starci dentro, e di cercare di cambiare i propri schemi per guarirla, facendo in primis un outing, di dichiararsi costi quel che costi, come insegnante insicuro?

Può diventare molto difficile farlo e riconoscere fino in fondo la propria sofferenza interna, quando ci si pone come guida per gli altri, in un mondo così competitivo dove l’immagine, la crosta, fa da biglietto da visita.

È cedendo a questo condizionamento che si perpetuano i danni. Perché arriva un momento, quando decidi di diventare il punto di riferimento per definizione, in cui l’occasione di auto guarirti giunge, giunge sotto forma di relazione, ma per coglierla fino in fondo devi saperti staccare dal ruolo di guida per gli altri, e di riconoscere che lo hai costruito per scappare dalla sofferenza celata dentro l’insicurezza.

Abbiamo bisogno di imparare a rinunciare ai nostri ruoli di fuga da noi stessi per poter svolgere proficuamente il nostro ruolo di sostegno per il prossimo, e paradossalmente, i ruoli di sostegno al prossimo possono essere la fuga perfetta.

Se indulgiamo sulle nostre code di paglia, se non ci sappiamo tuffare in quelle situazioni che mettono in discussione il modo in cui ci relazioniamo ed in cui insegniamo ai nostri allievi, se non sappiamo nuotarci dentro costruendo schemi in grado di trasportarci da un ruolo all’altro chiaramente, consentendoci non solo di essere rispettati dai propri allievi, ma soprattutto di rispettarli, allora non ci accorgiamo che la nostra superficialità sta ordinando al cameriere molto dolore, e dopo che lo avremo mangiato, il ristorante chiederà il conto. Se riusciremo a pagare ci rimarrà il compito di digerirlo.

Ora ci sono insegnanti che gestiscono talmente male la migrazione tra i diversi ruoli della loro vita, che si sono convinti che la vita stessa non sia molto di più che una indigestione di dolore e, signore e signori, questa è la catastrofe dei posteri. La responsabilità di un insegnante è enorme, perché enorme è il potere che in mano ha.

Questi insegnanti che abusano dei loro allievi adulandoli oppure mortificandoli, o peggio ancora con un mix confuso delle due azioni, quando è tempo di mettersi in discussione dicono “non ho tempo”, e quando si rivolgono ai loro allievi dicono frasi quali “Sei una persona che ha delle qualità”, “Questo è un ambiente in cui puoi crescere”, “Qui non c’è competizione ma c’è aiuto reciproco”, “Bisogna essere trasparenti (ma parla per gli allievi naturalmente)”, “Non starò bene fino a quando non ti vedrò realizzato”, ed ipocrisia delle ipocrisie: “Non sono il maestro di nessuno”. Queste frasi sono il modo in cui trasformano l’allievo nel farmaco adatto all’accanimento terapeutico per il loro agonizzante ruolo d’insegnante, guida, maestro o giù di lì. In realtà sono in mutande, ma esercitano la negazione come metodo, quindi portano avanti un intrinseco autolesionismo (mai sradicato) che ha lo stesso sapore dell’anticapitalismo che beve Coca Cola.

Se in qualità di insegnanti fossimo capaci di ammettere la nostra insicurezza, la nostra instabilità interiore, potremmo continuare ad insegnare le tecniche apprese senza vendere false aspettative in chi ha ancora più bisogno di stabilità di noi. Inoltre, con la presa di coscienza, avremmo la possibilità di continuare a lavorare su noi stessi. Al contempo la chiarezza offre la possibilità all’allievo di scegliere se affidarsi totalmente al nostro sapere od integrarlo con altro. Solo attraverso questa onestà e questo rispetto la stima tra maestri ed allievi può crescere nel tempo.

Senza questi atti di umiltà inseriti nei piccoli gesti quotidiani, non nei grandi, o non solo, il nostro ego non troverà mai il coraggio di inchinarsi a chi può offrirci lo schema, la struttura della stabilità di cui abbiamo così profondamente bisogno. Ciò accade perché a contatto con la stabilità percepiamo la nostra insicurezza ed il nostro dolore, ed è più facile fuggire in un ruolo vecchio e conosciuto per sentirci rassicurati, che addentrarsi nelle zone più fastidiose di noi stessi e reinventarsi scientemente. Maestro od allievo è una questione relativa, una questione di gradi, siamo tutti in qualche modo maestri ed in qualche modo allievi, se siamo abbastanza umili e coraggiosi da voler imparare per tutta la vita. Se questa umiltà e questo coraggio vengono fuggiti di fronte a chi è più stabile di noi, di fronte a chi parla un linguaggio più chiaro del nostro, per quanto ci sforziamo di recitare la parte dell’ ALTERNATIVA, non saremo né più né meno che i ripetitori dei dolori che abbiamo subito.

Pensare che aver subito un danno ci abbia candidato alla guarigione è un inganno sottile. Solo la coscienza, la consapevolezza ti guarisce. Subire un danno ti segnala la presenza di una violenza ma…

  • …dov’è il corrispettivo di quella violenza, dentro di noi?
  • Chi la sta esercitando?
  • Chi ci abita?
  • Chi o cosa ci ha condizionato?
  • Vogliamo guarire la distruttività o vogliamo tenercela com’è?
  • Vogliamo distruggere o vogliamo creare? 
  • Vogliamo crescere o continuare a scimmiottare i guerrieri dei films, aiutando altre persone ad illudersi?
La fenice ha la capacità di risorgere dalle proprie ceneri, ma quando la si confonde con il proprio ego essa diventa la scusa per tenercelo stretto. Eppure senza combustione non c’è cenere ne resurrezione, solo il dolore e l’ostinazione della fuga che si spacciano per un mito. Tutto è travisato: il fuoco della coscienza diventa il fuoco dell’orgoglio, e invece di bruciare la forma esterna della fenice, per consentirle di crearne una nuova più adatta alla sua coscienza rigenerata, esso arde di paura, rabbia, ira, odio, dolore, insicurezza. La fenice dell’ego che risorge dalle ceneri del dolore. La mediocrità travestita da guerriero, la sua caricatura. E cosa potrebbe mai nascere da una negazione inconsapevole, se non la conferma si sé stessa?

A 33 anni e mezzo mi ritrovo ad interpretare diversi ruoli ed a fare outing come insegnante insicuro, ed è per questa ragione che da quest’anno trasferisco la priorità dallo Shiatsu all’Aikido ed all’Aiki Shin Taiso, per quanto riguarda la mia di crescita personale. Molti si sentono a disagio con la forte ritualità di queste discipline, poiché vedono in essa una forma di sottomissione. Ma è l’insicurezza a fare apparire le cose in termini di superiorità od inferiorità. In Aikido l’etichetta è una questione di linguaggio, di ruoli, e soprattutto di rispetto…profondo profondissimo rispetto. Questo rispetto produce stabilità che a sua volta fornisce la base insostituibile di qualsiasi forma di guarigione. È nella stabilità che le nostre tensioni psicocorporee possono sciogliersi ed offrirci un rigenerato modo di relazionarci a noi stessi ed al prossimo. Ringrazio con tutto il cuore i Maestri Marco Favretti e Paolo Salvadego per la piacevolissima chiacchierata di lunedì sera; li ringrazio per le loro risposte, ed in particolare ringrazio il Maestro Salvadego per le sue domande. È grazie a quelle domande che ho potuto rompere gli indugi nel riconoscere che, dopo tanta fatica, tanti anni di studio, tanti soldi spesi, bisogna dare una rafforzata alle fondamenta prima che il castello vada troppo in alto.

Gli istruttori di arti marziali che operano a Mana li conosco, in alcuni casi abbiamo condiviso un buon numero di anni decorati dai casini più deliziosi che la complessità umana sappia generare, e mi avrebbe fatto molto piacere vederli partecipare a questa lezione di così alto livello e totalmente gratuita. Non l’ho preteso e non ho insistito perché una forzatura avrebbe provocato una distorsione del messaggio. Mi sarebbe piaciuto che partecipassero come amico, perché voglio loro bene, perché so da dove veniamo e so dove potremmo andare se certi nodi venissero sciolti. Avrei voluto che partecipassero come presidente dell’associazione, perché essendone il responsabile è mio compito dare una indicazione di qualità, e l’Aikido proposto in questa sede lo è. Avrei voluto che partecipassero come atto concreto di fiducia nei miei confronti, dato che nei momenti di difficoltà e di lacrime mi è stato chiesto qualcosa che sconfinava dall’aiuto e dal consiglio. E qui avrei bisogno di discutere per capire con quale ruolo dovrei trovare la giusta distanza per certe richieste. Ma se temporaneo, anche l’aiuto che il guerriero rifiuta di dare a se stesso può essere amato ed accolto. Purché il guerriero si mantenga vigile sulle parti del proprio corpo che sono abitate da altri che se stesso, purché sappia tornare ad entrare nel proprio corpo con la coscienza per evitare di trasformarlo in un blocco di muscoli sempre più rigido.

In fin dei conti son sempre fresche le parole del dialogo tra il maestro Yoda ed il giovane Anakin Skywalker (futuro Darth Vader).

Y: Paura di perderla tu hai!
A: Che centra questo?
Y: Con tutto centra. La paura è la via per il lato oscuro, la paura conduce alla rabbia, la rabbia all’ira, l’ira all’odio, e l’odio conduce alla sofferenza. 

Le arti marziali dovrebbero condurre a vincere la paura, ma non la paura dei grandi pericoli e nemici esterni, ma delle nostre debolezze interne. Senza la spietatezza della dolcezza, il nostro cuore è perduto. Cor-aggio!

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