- Per quali motivi il relativismo sarebbe un problema?
- Perché si afferma che a 50 anni uno non può avere solo dubbi?
- Perché per alcune persone è di così vitale importanza considerare la verità come una ed una sola, fosse anche la verità dell’amore?
- Quali sono i rischi derivanti da queste affermazioni?
- Se la verità unica è l’amore, ma noi lo descriviamo attraverso rappresentazioni, possiamo parlare davvero di una sola verità?
- Quanti riescono ad ammettere che esiste differenza tra verità e rappresentazione?
- C’è maggior rischio di inciampare nell’arroganza esercitando relativismi od esercitando determinismi?
- Quand’è che si rischia di farsi garanti dell’imponderabile?
- Cos’è il relativismo assoluto?
- Cos’è il determinismo relativo?
- Quanto sottile è il confine tra questi concetti e l’assolutismo?
Secondo Ugo Fabietti, professore ordinario di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della formazione, e presidente della Scuola di dottorato in Scienze umane dell’Università degli Studi di Milano-bicocca.
Se il razzismo classico proponeva una visione di un’umanità “a comparti” gerarchizzati chiamati “razze”, la sua riedizione moderna non fa più riferimento a fattori di tipo biologico ancorché non manchino esempi recenti di tentativi miranti a restaurare un razzismo su basi ideologiche. Il razzismo attuale si alimenta piuttosto di un relativismo culturale estremo. Anziché presentare una visione dell’umanità a comparti gerarchizzati, il nuovo razzismo fa delle culture umane degli universi assolutamente distinti ed incomunicanti (non gli è quindi estraneo il concetto di apartheid e neppure quello di pulizia etnica). Il razzismo moderno è un razzismo culturale, de-biologizzato. Ad esso importa frammentare l’universo umano in tanti isolati per giustificare il rifiuto e l’esclusione; non è interessato ad affermare una gerarchia tra le culture, poiché tale gerarchia è già implicita nell’esclusione che esso opera in virtù del principio della differenza. […]L’antropologia odierna è, nel fondo, relativista, e per essa le culture valgono per quello che sono. Ma questo relativismo non è quello assoluto del neo-razzismo, poiché non implica né separazione né esclusione. L’atteggiamento relativista dell’antropologia coincide piuttosto con quella “sospensione del giudizio” di cui si è detto e che costituisce la premessa di ogni comprensione della differenza culturale. […]è l’uso che è stato fatto dell’antropologia ad aver portato alla legittimazione di un’immagine frammentaria dell’umanità.
Ora se trasportiamo il ragionamento ad una relazione tra individui, possiamo osservare una tendenza generale a rifiutare qualsiasi forma di gerarchia, che può anche essere una forma di comunicazione tra le parti, in virtù di una osannata uguaglianza democratica che ha alimentato l’illusione di una società formata da individui che pretenderebbero di essere gli autocrati di se stessi. Ci troviamo di fronte a delle uguaglianze che isolano, dividono ed escludono. Una società di questo tipo non può esistere come tale. Non può essere coesa. Non è di fatto in grado di operare per il benessere collettivo. Perciò si disgrega. Questo può essere un esempio del rischio presente nel relativismo estremo: l’estrema parcellizzazione sociale.
Se con la frase “a 50 anni uno non può avere solo dubbi”, si intende dire che ad una certa età e maturità bisogna avere le idee chiare almeno su qualcosa, si può anche concordare.
- Ma chi ha detto che avere solo dubbi significhi non avere le idee chiare?
- Chi ha stabilito che i cosiddetti dubbiosi non abbiano una direzione da seguire nella vita?
- La frase rappresenta un relativismo estremo o la volontà di un determinismo assoluto?
- Dove troviamo in noi la capacità di sottoporci a quel relativismo sano, di stampo antropologico, di cui parlavamo prima?
- E’ possibile che le nostre certezze ci facciano rifuggire da questo scomodo “essere studiati”?
- Se si afferma che l’amore/la verità è una sola, non c’è il rischio di perdere di vista il fatto che le rappresentazione di quella realtà unica sono infinite?
- Se perdiamo di vista questa molteplicità, se finiamo col negarla, come stiamo agendo, con un relativismo estremo o con un determinismo assoluto?
- Quanto in profondità può insinuarsi l’arroganza, e per quali ragioni?
Dal libro di Giuseppe Faso Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono, ed. Derive Approdi, 2008
Il fondamentalismo esiste, eccome. Le sue caratteristiche fondamentali sono:
- la convinzione che esista una verità che deve valere sia nei rapporti verticali (uomo – Dio) che in quelli orizzontali (uomo – società);
- il tentativo di calare le norme del libro sacro (scritto o presunto) alle forme di azione sociale e politica;
- il trasferimento di linguaggi e concetti dal campo religioso al campo politico;
- la forza di mobilitazione collettiva, per cui il leader, appellandosi alla verità, richiama una collettività che si ritiene in pericolo, minacciata da un Nemico (esterno o interno), che si tende a far coincidere col Diavolo, il Male ecc. la lotta del Bene contro il Male. Questi quattro punti possiamo vederli in atto, giorno per giorno, ripetuti ossessivamente (e a diversi livelli di rozza banalità), su tutti i giornali. Una forma, non presunta, di fondamentalismo atlantico.
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